Giovanni Panunzio

Giuseppe CasulaÈ nato a Senigallia (Ancona) il 21 luglio 1957. Nello stesso anno si è trasferito in Sardegna con tutta la famiglia: la madre era sarda, il padre siciliano. L’insularità e il mare hanno sempre fatto parte del suo DNA.

Nel 1977 ha conseguito il diploma di maturità al Liceo Classico “Siotto Pintor” di Cagliari. Nel 1981/82 ha prestato un anno di servizio militare nell’Esercito Italiano a Salerno, Napoli e Cagliari, presso la 47^ Compagnia Trasmissioni.
Dal 1985 insegna Religione negli Istituti superiori di Cagliari e hinterland: attualmente a Quartu Sant’Elena.
Ha svolto anche l’attività di giornalista pubblicista. Nel 1994 ha conseguito il “Magistero in Scienze Religiose” presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Cagliari annesso alla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna.

Sempre nel 1994 ha fondato il comitato di volontariato Telefono Antiplagio, ora Osservatorio Antiplagio, per dare ascolto alle vittime dei sedicenti operatori dell’occulto e del gioco d’azzardo e denunciare i messaggi ingannevoli dei media, in difesa dei minori.

È autore di diverse pubblicazioni, tra cui: il racconto “Il segreto del golfo di Cagliari”; il saggio “Media e medium, il business dell’occultismo in Italia”; la fiaba “Tommy granello di senape”; e il romanzo thriller “Dopo Francesco – Quando il Messia ebraico, il Mashiach arriverà!”. Più recentemente ha scritto il pamphlet umoristico “1.000 Anagrammi eccellenti, ovvero Minacciar legalmente”; e il libro d’inchiesta “Mediocrazia, il silenzio dei colpevoli – Quello che stampa e politica non hanno mai voluto e potuto dire”, nel quale documenta l’involuzione del berlusconismo in un potere più subdolo che vuole soppiantare la democrazia.

Si è candidato alle “Primarias” per i motivi indicati nella “Carta dei valori” e perché crede che la “politica dal basso” – finora inesistente – non sia solo un miraggio, un sogno.

PROGRAMMA

STATUTO

Premesso che la Sardegna deve essere legittimata come “Nazione” all’interno del proprio Statuto, in sostituzione del termine “Regione”, è altresì fondamentale, di conseguenza, che l’articolo 12 venga attuato con l’istituzione di un unico “punto franco” che comprenda l’intero territorio nazionale sardo. Sarebbe la giusta e migliore rivalsa contro coloro che prima hanno tradito l’Italia e la Costituzione, e poi hanno tradito la Sardegna e lo Statuto stesso, calpestando e distruggendo tutto ciò che i nostri padri ci avevano insegnato ad amare. E sarebbe anche uno strumento per ribellarsi ai traditori della democrazia e per sbattere loro in faccia le nefandezze che hanno compiuto o avvalorato “in nome del popolo italiano”, che non hanno mai rappresentato. Così come non hanno mai rappresentato il popolo sardo. Rappresentatività a volte tradita anche da chi, una volta eletto, ha cambiato schieramento o non ha svolto compiutamente il proprio mandato, per partecipare a una diversa competizione elettorale. In futuro ciò non deve essere permesso: per Statuto. Nessuno potrà candidarsi ad altre elezioni, a qualsiasi livello, se non dopo la scadenza naturale della legislatura che lo riguarda. E nessuno potrà cambiare partito, né costituirne uno nuovo all’interno dello stesso consesso. L’unica eccezione ammissibile potrebbe essere lo spostamento dell’interessato in un ipotetico gruppo misto, da ben definire nelle sue specifiche funzionalità.

Per garantire la rappresentanza delle minoranze, in un sistema realmente democratico, quale sarebbe quello della Nazione Sarda, è fondamentale varare una legge elettorale proporzionale con doppio turno, nella quale i due partiti che hanno preso più voti alla prima tornata si sfidino in un ballottaggio per l’assegnazione del 55% dei seggi a chi vince e il 35% a chi perde. Il restante 10% andrebbe di diritto, sempre in proporzione, ai partiti che al primo turno sono arrivati 3°, 4°, 5°, ecc.

RAPPORTI CON LO STATO ITALIANO

Innanzitutto è importante sottolineare che la parola “Nazione” non confligge con la parola “Stato”, per la diversa etimologia dei termini: Nazione è il luogo in cui una persona nasce e cresce all’interno di una comunità, di un popolo, e dove si riconosce; Stato è la società civile, nella sua stabilità, presieduta da un governo. In tal senso dunque è irrinunciabile il ripristino degli articoli 29 e 32 del nostro Statuto sulle leggi di iniziativa popolare, che devono – e non possono – essere prese in considerazione da qualsiasi Governo centrale. E bisogna rivedere pure la competenza legislativa, onde attribuire alla Nazione Sarda la gestione di tutte le norme che la riguardano, per favorire una vera autodeterminazione e un autentico decentramento.

Da qualunque ottica si voglia osservare la questione, i rapporti tra lo Stato Italiano e la Nazione Sarda devono essere rapporti tra Paesi paritari.

RIFORMA AMMINISTRATIVA DELLA REGIONE

La Giunta e il Consiglio nazionale sardi devono intervenire innanzitutto su un ulteriore taglio delle leggi-zavorra e sulla semplificazione degli atti amministrativi: con la digitalizzazione degli stessi e l’ampliamento del silenzio-assenso e dell’autocertificazione; tutto ciò tramite l’utilizzo della tessera sanitaria, della firma digitale, dello SPID e della posta elettronica certificata, sia da parte degli uffici preposti, che da parte dei contribuenti.

La riforma, naturalmente, riguarda anche il personale dei dipendenti della Nazione Sarda e, in particolare, i primi dirigenti degli assessorati, la cui scelta deve essere fatta attraverso concorsi pubblici per titoli ed esami, riservati ai cittadini sardi residenti, e non con opinabili avvisi di selezione. Non è detto infatti che l’arrivo di un nuovo assessore, o comunque lo si vorrà chiamare, debba determinare il cambio della dirigenza: che finora, tra l’altro, è sempre stato di stampo clientelare, o nepotistico.

Un’altra novità riguarda l’art. 22 dello Statuto speciale per la Sardegna, dove attualmente è previsto che il Consiglio possa “deliberare di riunirsi in seduta segreta”. Tutte le sedute, invece, devono essere pubbliche e trasmesse in diretta web, televisiva e radiofonica, previo ampliamento della “rete”, ovvero della fibra ottica, del 5G e delle tecnologie che arriveranno, compresa la diffusione satellitare.

I consiglieri nazionali sardi non devono avere alcuna prebenda aggiuntiva, né alcun “benefit”, rispetto all’indennità già prevista, e devono essere retribuiti in base alle presenze in Consiglio e sul territorio, quando è richiesto il loro coinvolgimento. All’esterno del Palazzo della Nazione Sarda deve essere sempre disponibile e sempre aperto uno “sportello, gestito alternativamente da tutte le forze politiche, per dare ascolto ai cittadini e alle loro necessità e urgenze. Il rappresentante del popolo non svolge un lavoro, ma un servizio, una missione, che è già di per sé un privilegio.

Le campagne elettorali devono mettere tutti i candidati nelle stesse condizioni di partenza, specialmente nei dibattiti radio-televisivi, per dare a tutti le stesse possibilità di essere eletti, in base ai contenuti dei loro programmi e non a quanto denaro possono spendere per incantare i cittadini a suon di spot, volantini, santini, manifesti, banner, ecc. In una Nazione veramente nuova e innovativa è giusto che il tempo della demagogia abbia termine. Una parte del denaro risparmiato, grazie all’esclusione di benefici e altri privilegi per i consiglieri, può essere speso per una o più pubblicazioni, da stampare e/o inviare telematicamente agli elettori, che contenga i programmi dei candidati interessati. La regolamentazione dei e nei dibattiti pubblici sarebbe compito di Autorità di garanzia imparziali istituite appositamente.

RIEQUILIBRIO DEI POTERI E DELLE RISORSE TRA COMUNI E REGIONE

Bisogna puntare alla quasi totale autonomia amministrativa degli enti territoriali, ridimensionando le attribuzioni centralistiche. Il principio-base è che di autonomia, finora, i Governi centrali si sono solo riempiti la bocca, in dispregio della Costituzione, dello Statuto e dei diritti dei cittadini, dei Sardi. Sardi che ora vogliono rifarsi, affidando ai singoli amministratori la gestione dei servizi e della giustizia sociale. È vero che esiste una giustizia sociale più estesa, più ampia, ma essa non esclude sinergie, cooperazione, esperienze. Anzi, se ne avvale, in vista del bene comune, o meglio del benessere della collettività. Conseguentemente anche il riequilibrio delle risorse si avvierebbe a realizzazione, a vantaggio di una redistribuzione più equa.

RIEQUILIBRIO DEI POTERI E DELLE RISORSE TRA LE CITTÀ E I PAESI

Come in una grande Nazione, la Nazione Sarda non può non tenere conto delle realtà amministrative minori, i cui poteri devono essere gestiti insieme alle città più abitate, dalle quali le prime possono trarre quella padronanza che in futuro ogni paese potrà e dovrà avere per non elemosinare niente da chi certe realtà non le vive. Il principio è che conosciamo solo il mondo in cui siamo nati e dove cresciamo; nonostante ciò, non esiste Governo centrale che non si sia arrogato il diritto, o meglio il potere, di decidere per noi e per il nostro territorio, perfino nei luoghi più periferici.

La Sardegna viene “ammirata” solo un mese all’anno: quando chi millanta (e ha millantato) di governarci e di governarla decide di trascorrerci le vacanze estive.

SANITÀ

L’attuale ASL unica deve essere superata e sostituita da una ASL per ogni Provincia (Nuoro, Oristano, Sassari e Sud Sardegna) più due ASL per la città metropolitana di Cagliari, considerata la sua densità di popolazione per km². A presiedere le nuove ASL devono essere operatori sanitari qualificati, con laurea in medicina, designati tramite concorsi pubblici per titoli ed esami, riservati ai cittadini sardi residenti. Le nomine fin qui effettuate si sono sempre rivelate arcadiche e deleterie, oltre che di parte.

L’assunzione degli infermieri necessari alle strutture ospedaliere per poter funzionare adeguatamente e la sostituzione delle centinaia di medici di famiglia prossimi alla pensione sono priorità inderogabili.

Le indecenti e indecorose file di mesi e anni per sottoporsi a esami e controlli di diversa natura, a volte urgenti, devono essere superate gratuitamente, ticket a parte, con l’ausilio degli studi privati specialistici, ai quali si può proporre un patto di solidarietà, fino a esaurimento delle prenotazioni e al raggiungimento di tempi ragionevolmente brevi. Tempi che assicurerebbero la priorità alle situazioni più gravi.

Particolare attenzione deve essere garantita a coloro che sono affetti da malattie psichiatriche e ai loro familiari, che spesso non hanno sufficienti competenze per assisterli, né risorse economiche per farli vivere in ambienti idonei alle patologie che li angustiano.

LAVORO

Non può esserci consapevolezza e dignità del lavoro senza informare le persone meno abbienti e meno dotate culturalmente sui loro diritti statutari e/o costituzionali (mai rispettati dai sedicenti rappresentanti del popolo) per vivere una vita priva di discriminazioni e pregiudizi. In tal senso tutti i Governi centrali hanno fallito miseramente, tant’è vero che la miseria in Sardegna è aumentata. Non quella dei governanti, ovviamente, che hanno pensato solo all’aumento delle loro indennità: cresciute insieme alla loro indegnità. I vari Presidenti del Consiglio, della Repubblica, della Regione Sardegna, ecc. che si sono riempiti la bocca di diritti, doveri, equità, uguaglianze, Costituzione da insegnare nelle scuole e ipocrisie analoghe, hanno fatto finta di non sapere che chiedere ai cittadini, agli studenti, alle nuove generazioni di rispettare le regole, quando dall’alto arriva l’esempio opposto, è come invitare gli stessi cittadini a non andare a votare perché nella democrazia gli elettori non contano. Ed è questo infatti il risultato che i signori del Palazzo hanno ottenuto, pur fingendo di esserne rammaricati, dopo aver sottomesso la Sardegna all’Italia (e l’Italia all’Europa) e trasformato la democrazia in mediocrazia, ovvero nello strapotere dei media, foraggiati da banchieri e mercati. Le politiche del lavoro e sul lavoro devono tenere conto di tutto ciò, per non ripetere gli errori del passato.

Il lavoro è un diritto, oltre che un dovere, e come tale deve essere garantito a tutti. In alternativa i cosiddetti redditi universali, di cittadinanza, di inclusione, ecc. rappresentano soluzioni flessibili, legate allo stato di necessità che, di volta in volta, deve essere certificato.

Un capitolo a parte deve riguardare il riconoscimento del lavoro delle casalinghe, alle quali non si può più non garantire un sussidio degno di un Paese civile.

AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO

Insieme al turismo, all’artigianato e alla pesca, l’agricoltura e l’allevamento possono assicurare alla Nazione Sarda un’indipendenza economica impensabile e indispensabile. Farli prosperare è compito della classe politica, in collaborazione con i cittadini di buona volontà.

La bassa densità di popolazione della Sardegna non può che favorire lo “sfruttamento” del territorio, sia dal punto di vista agricolo, che zootecnico e pastorale.

Lo sviluppo del biologico è un passo importante, ma non deve prescindere dall’interesse delle nuove generazioni per il settore. Per stimolarle a occuparsi di agricoltura e allevamento bisogna dare loro incentivi economici, legati alla cooperazione con gli agriturismi, i B&B e qualsivoglia struttura ricettiva. Come il pescatore, più o meno professionista, vende le sue “prede” al ristoratore amico, così l’agricoltore e l’allevatore devono poter vendere il frutto del loro lavoro direttamente a chi ne fa richiesta. La politica del km zero non può più essere a corrente alternata.

La creazione di cooperative giovanili vere e proprie, insieme all’ascesa di una “mezzadria” di diversa concezione e generazione, affidata ovviamente ad agricoltori e allevatori più esperti, devono essere premiate con agevolazioni fiscali che inducano i nuovi lavoratori del comparto a non voler abbandonare la loro terra e trasferirsi all’estero.

TRASPORTI INTERNI E CONTINUITÀ TERRITORIALE AEREA E MARITTIMA

I trasporti pubblici urbani devono essere gratuiti per i lavoratori e gli studenti. I mancati introiti possono essere a carico di chi utilizza l’automobile e i parcheggi a pagamento e/o essere ricavati dalle sanzioni per le violazioni al Codice della strada. Ma di fronte a una sensibile diminuzione del traffico, non bisogna trascurare i benefici per l’ambiente, e dunque anche per le casse della sanità.

Visto il fallimento delle politiche precedenti, la continuità territoriale può essere garantita solo con la realizzazione di flotte aeree e navali sarde, il cui allestimento potrebbe essere affidato a fabbriche tipo la RWM di Domusnovas: tristemente nota per la produzione di armamenti per l’Arabia Saudita, con i quali quest’ultima bombarda il popolo yemenita. Una riconversione intelligente potrebbe permetterci di costruire anche i nostri elicotteri e i nostri aerei antincendi, per non parlare delle centinaia di nuovi posti di lavoro che si verrebbero a creare.

FISCO

L’istituzione di un unico “punto franco” che comprende l’intero territorio nazionale sardo, da inserire (come già previsto) nel titolo III dello Statuto, metterebbe al riparo la Nazione Sarda da scellerate politiche centralistiche: vedi i ventilati aumenti dell’iva – alias clausole di salvaguardia del Documento di Economia e Finanza annuale del Governo Italiano – di fronte ai quali i governanti regionali sardi sono sempre stati silenti o assenti.

La Nazione Sarda deve essere anche un “punto franco” dal gioco d’azzardo: un “unicum” in Europa e tra i Paesi cosiddetti civilizzati. Nella nostra terra non devono e non possono essere ammessi strumenti di disperazione e di morte come le slot-machine e i casinò, che rovinano intere generazioni e intere famiglie. Molti “punti franchi” nel mondo vengono usati per l’esatto contrario: la Sardegna non può farlo, in virtù dei suoi principi etici millenari e della sua dignità.

Devono essere concesse esenzioni fiscali totali a chi investe nella propria attività, assumendo giovani e disoccupati. Tanto più che esiste un serbatoio di risorse economiche che non viene mai considerato e che, con un accordo tra le parti (per esempio tra sindaci e organizzatori), può compensare un eventuale minore gettito fiscale: si tratta degli spettacoli nei residence, nei villaggi turistici e nelle piazze (questi ultimi sovvenzionati liberamente dai cittadini), su cui animatori e artisti partecipanti non versano alcuna imposta. Se si dicesse loro che la tassazione, per esempio, è del 10% e serve a dare un sostegno alla fiscalità generale per l’occupazione, nessuno si tirerebbe indietro: i Sardi sono storicamente generosi.

Chi vende i propri prodotti in Sardegna, a qualunque altra nazionalità appartenga, deve versare le imposte alla Sardegna.

L’introduzione di una valuta nazionale Sarda, che vede già qualche tentativo parziale in corso, sarebbe un toccasana per i cittadini. Quando è arrivato l’euro, un giorno ci siamo svegliati e abbiamo visto i prezzi raddoppiare. E quando il denaro è terminato e i commercianti hanno cominciato a vendere meno, lo spostamento del risparmio non è servito: chi avrebbe dovuto mettere da parte quei soldi, o investirli, non l’ha fatto. Nessuno lo dice, o forse molti lo dimenticano. Con una moneta locale i prezzi si calmiererebbero da soli, come in una sorta di solidarietà o condivisione spontanea. In particolare si assesterebbero al ribasso quelli dei prodotti locali, per i cittadini sardi, che dunque verrebbero acquistati di più. Per favorirne ulteriormente la vendita, deve essere consentita la detrazione fiscale totale a chi li acquista, ma solo per i Sardi e per i beni sardi prodotti in Sardegna.

Il rapporto di cambio con le altre valute, in particolare con l’euro, deve essere concordato con un apposito organo amministrativo, composto esclusivamente da esperti ed economisti sardi.

ACCANTONAMENTI

Gli eventuali accantonamenti devono essere utilizzati esclusivamente dalla Nazione Sarda e per la Nazione Sarda. Di fronte ai soprusi e alle inadempienze dei Governi centrali, devono essere riproposti tutti i ricorsi possibili alla Corte Costituzionale, onde recuperare il maltolto. Così come deve essere sempre denunciata pubblicamente, per far conoscere ai cittadini, nella trasparenza, la gravità della situazione, qualsiasi violazione costituzionale e statutaria messa in atto da chi avrebbe dovuto amministrare l’Italia e la Sardegna nel rispetto delle leggi, e invece ha pensato ad amministrare il proprio conto in banca e quello dei parenti, degli amici e dei “fratelli”, e ad occupare poltrone su poltrone: un po’ per il potere fine a sé stesso, un po’ per vanità, un po’ per quel “modus operandi” mafioso che ha spopolato dal dopoguerra in poi. I Sardi si sono stancati di versare denaro a Governi centrali, senza avere in cambio quei servizi regolarmente annunciati e promessi, ma mai erogati.

ISTRUZIONE ED EDUCAZIONE

La dispersione scolastica è come la dispersione elettorale. E la comunicazione è il loro limite: nel primo caso gli studenti si sono stufati di teorie e chiacchiere; nel secondo gli elettori che non votano più sono nauseati da promesse e tweet.

Il diritto all’istruzione e all’educazione sono sacrosanti, come è sacrosanta la loro gratuità: garanzia di parità, inclusione e meritocrazia. Ma il problema più grande è, appunto, la dispersione scolastica. Vediamo attraverso quali strumenti può essere arginata.

Inizio delle lezioni – La data d’inizio delle lezioni deve essere fissata non prima del 1° ottobre, come accadeva anni fa. Gli istituti invece, per gli studenti, devono restare aperti dal 15 settembre (anche per non mettere in difficoltà le famiglie con minori), rendendo facoltativa la scelta della frequenza. I professori, essendo comunque presenti dal 1° settembre, devono mettersi a disposizione degli alunni, in particolare per i corsi di recupero, che dunque sarebbero a costo zero. C’è un altro motivo, però, per cui le lezioni ufficiali devono iniziare il 1° ottobre: la Sardegna ha una vocazione prevalentemente turistica. Settembre (e anche giugno, ne parlerò più avanti) è un mese ancora caldo, con i prezzi molto più accessibili rispetto alla cosiddetta “alta stagione”. Ciò permetterebbe alle famiglie con meno mezzi finanziari di valutare la possibilità di andare in vacanza a settembre (così come a giugno), considerato che i figli inizierebbero le lezioni a ottobre. Tale situazione, tra l’altro, darebbe un impulso importante al turismo interno. Per non parlare della fatica che si sente quando si studia con quel caldo, in scuole dove l’aria condizionata non esiste. E per non parlare degli studenti che d’estate riescono a trovare lavoro: perché non lasciare loro un mese in più?

Fine delle lezioni – Le lezioni devono terminare tutte il 31 maggio. Principalmente perché così anche giugno diverrebbe un mese fortemente turistico, con gli stessi benefici di settembre. E poi perché anche a giugno il gran caldo non favorisce lo studio, anzi. Ovviamente sono da mettere in conto due eccezioni: gli esami di licenza media e gli esami di maturità; che comunque inizierebbero e si concluderebbero proprio a giugno, affinché i maturandi non siano più costretti, come accade ora, a studiare fino a metà luglio. E come a settembre, i professori a giugno devono essere presenti e garantire altri corsi di recupero, sempre a costo zero per l’amministrazione e le famiglie. Gli insegnanti impegnati con gli esami di maturità non sono obbligati a tenere corsi di recupero a giugno. L’obbligatorietà interessa solo gli studenti con carenze, perché quelli ammessi alla classe successiva non ne hanno bisogno: dunque farebbero, meritoriamente, più giorni di vacanza. Al termine dell’anno scolastico non devono esistere più gli studenti “rimandati”, ma solo gli ammessi e i non ammessi. Tutte le famiglie, quindi, potrebbero passare un’estate serena, libera; tra l’altro con più possibilità di andare in vacanza. I corsi di recupero sono un rinforzo necessario, e devono essere attivati per tutte le materie, visto che sarebbero senza oneri. Attualmente accade solo per alcune discipline.

Scienze motorie e sportive – Perché non dedicare a questa disciplina, anziché due ore alla settimana (il più delle volte scisse), una mattinata alla settimana? Pensate come andrebbero più volentieri a scuola i ragazzi, sapendo che in quel giorno farebbero solo sport. E adotterei la stessa idea per l’Educazione musicale, abbinata all’Educazione artistica. Quanta dispersione scolastica in meno ci sarebbe con due giornate così? Chiediamocelo. Tutte le scuole, inoltre, devono mettere in atto la settimana corta, ovvero terminare le lezioni il venerdì, e ricominciare il lunedì. Quali sono i benefici? Innanzitutto gli insegnanti non discuterebbero più per la scelta del giorno libero (avrebbero tutti il sabato); poi sarebbe più facile e veloce predisporre didatticamente l’orario settimanale delle lezioni. Ma c’è dell’altro: le famiglie avrebbero più autonomia di “gestione” del tempo libero, insieme ai loro ragazzi, i quali avrebbero due giorni e mezzo di seguito per svagarsi. Per chi invece di sabato lavora e non sa con chi lasciare i figli, soprattutto se piccoli, le scuole potrebbero attivare ore d’accoglienza gestite da volontari: accade già. Se con la settimana corta si rischia di perdere le 5 o 6 ore del sabato, per recuperarle si può aggiungere un’ora agli altri giorni: anche questo accade già in alcuni istituti, ma in via pseudo-sperimentale.

Stipendio dei docenti – Dato che si cita spesso l’Europa, e dato che gli stipendi europei sono ben più alti dei nostri, perché non proporre agli insegnanti che lo desiderino, quindi su base volontaria, un incremento sostanziale della remunerazione per portare le ore settimanali, per esempio, da 18 a 27 o a 36? Logicamente non sarebbero ore di lezione aggiuntive, ma di aggiornamento, studio, correzione di compiti, corsi di recupero, cineforum, ecc., sempre a disposizione degli alunni e delle famiglie. Di conseguenza anche il personale ATA, amministrativo, ecc. godrebbe di tale adeguamento economico. Questa proposta potrebbe essere oggetto di un contratto “ex novo”. E i docenti che hanno un secondo lavoro, non potendolo portare avanti perché impegnati ampiamente a scuola, dovrebbero optare per uno o per l’altro. Dove trovare i fondi? Semplice: dal denaro risparmiato per i corsi di recupero; da quello già concesso per progetti esterni, il più delle volte ammorbanti per alunni e professori; dalle risorse messe in campo per fantomatiche meritocrazie, indimostrabili, o figlie di simpatie e rapporti privilegiati tra talune dirigenze e talune collaborazioni di taluni insegnanti. Se qualche docente vuole e può impegnarsi di più, e guadagnare di più, ha la facoltà di aderire proprio all’orario ampliato. In tal caso diverrebbe obbligatorio timbrare il badge, o cartellino.

Programmi – Ampia libertà di manovra ai docenti, anche perché i programmi non esistono più (se non negli indici dei libri di testo): sono stati sostituiti, da diversi anni, da preziose indicazioni e linee guida. E a proposito di libri di testo, ne renderei facoltativo l’acquisto per consentire agli alunni di studiare con qualunque mezzo (libro, tablet, pc, appunti), senza dover necessariamente far spendere altro denaro ai genitori.

È indispensabile l’introduzione di una nuova disciplina, almeno fino alle scuole secondarie di primo grado: Metodologia. Può essere impartita da docenti di diverse materie, previo un breve corso di aggiornamento. Consiste nel guidare le scolaresche a scoprire i metodi di studio più adatti a ogni singolo allievo.

Corsi di studio serali – Le scuole per lavoratori, che di fatto sopperiscono già alla dispersione scolastica, devono essere potenziate per evitare che i ragazzi che non frequentano più i corsi diurni frequentino invece la strada, con le sue incognite e le sue insidie.

Un capitolo a parte deve riguardare i bambini, di cui tutti i programmi elettorali si dimenticano con una puntualità allarmante e disarmante. Continuare a dire che i bambini rappresentano il futuro, ma non fare nulla per la loro serena crescita e la loro protezione, non è solo ipocrisia: è accidia, indolenza, menefreghismo. Non intervenire alla base, difatti, è tutt’altro che pensare al futuro: è devastazione, sfacelo, perdizione del futuro.  La tutela dell’infanzia e, perché no, dell’adolescenza è basilare e deve partire da ciò che le ferisce e le manipola di più, fin dai primi mesi di vita. Mi riferisco alla società dei consumi e ai messaggi violenti, osceni e diseducativi veicolati dai “media” spazzatura che hanno raggiunto il loro apice nel berlusconismo, oramai dilagante. Quella che io definisco “mediocrazia” è un’involuzione ulteriore, che ora vuole prendere pure il posto della democrazia, puntellata dai “social media”. La Sardegna non può e non deve permettere questo scempio. La Sardegna non può essere connivente con questo stile sordido, né essere complice di modelli negativi e distruttivi dei nostri valori. Non è questo il senso della mondializzazione.

A cominciare da un sostegno economico mensile alle famiglie, per ogni figlio messo al mondo, almeno fino alla maggiore età, ai nostri bambini e ai nostri ragazzi deve essere garantita un’istruzione al passo con i tempi e realmente gratuita che possa veramente costituire un investimento per la Sardegna del futuro. In un contesto così sviluppato, solo il connubio scuola/famiglia potrà fare da argine ai pericoli in cui incorrono le nuove generazioni.

L’accesso all’università deve essere libero per chiunque lo voglia, senza oneri finanziari e senza test d’ingresso, fatto salvo il diritto di ciascuna Facoltà di individuare i migliori studenti, sia per introdurre gratuità, premialità e gradualità nei pagamenti dell’iscrizione annuale, dal secondo anno in poi, sia per instradare verso altre Università gli iscritti non portati per l’indirizzo che hanno scelto. In tal modo la meritocrazia vivrebbe di nuova linfa.

URBANISTICA

Per lo “sfruttamento” razionale del territorio, evitando l’inquinamento, il sovraffollamento e il rischio dell’inidoneità dei servizi e, allo stesso tempo, salvaguardando l’habitat, l’ambiente e gli equilibri naturali, è necessario, prima di ogni cosa, realizzare una mappa dettagliata dell’intera superficie nazionale e accertare criticità e abusi, sia privati, che pubblici. Qualunque intervento successivo deve essere finalizzato alla tutela delle coste, dei parchi naturali, dei siti archeologici, della salute dei cittadini e della loro sicurezza.

Massima attenzione deve essere prestata all’abbattimento di tutte le barriere architettoniche, affinché la qualità della vita dei disabili abbia il meritato riconoscimento e semplifichi la loro inclusione nel sodalizio umano. Sarebbe uno dei momenti più elevati di giustizia sociale. Le risorse finanziarie possono provenire dalle sanzioni comminate ai responsabili di abusi edilizi.

LINGUA E CULTURA

La lingua sarda e la lingua italiana devono convivere paritariamente. A quanto già detto a proposito di istruzione ed educazione, aggiungo che la lingua sarda deve essere studiata nelle scuole di ogni ordine e grado, come accade per l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco.

La cultura di una Nazione che non si basa sulla lingua d’appartenenza è una cultura zoppa, che corre il rischio di essere soppiantata da altre culture, attraverso una sorta di colonizzazione del sapere, della formazione e dell’informazione. Chi ci dice che secoli di sottomissione dei Sardi a popolazioni “straniere” non siano dovuti proprio al fatto che la nostra lingua abbia avuto un ruolo di secondo piano, se non terzo, quarto e così via?

TURISMO

Il turismo è il fiore all’occhiello, il biglietto da visita della Nazione Sarda, o perlomeno dovrebbe esserlo.

Molti tentativi di allargare la stagione turistica a tutti e 12 i mesi non sono andati in porto. La Sardegna allora ha dovuto quasi fare il tifo per la crisi dei porti africani, per sperare in un maggiore afflusso di crocieristi. Il fallimento delle politiche che ci hanno preceduto è legato sia a una considerazione superficiale degli effetti che il turismo avrebbe potuto avere sul popolo sardo e sulle sue prospettive di crescita, sia alla malsana gestione di iniziative quali la continuità territoriale, di cui ho già parlato e di cui in tanti non si sono accorti (per via dei prezzi non proprio convenienti dei biglietti).

La realizzazione di una flotta aerea e marittima sarda, argomento che ho trattato in precedenza, supererebbe molti di questi problemi e darebbe la possibilità di diversificare i costi dei viaggi a passeggero, ovviamente a vantaggio dei Sardi. Ma non basta: serve una politica turistica che metta ai primi posti anche i luoghi, una politica quindi che allarghi il turismo all’ambito archeologico, per esempio. Attualmente sono pochi i siti archeologici nei quali vengono accompagnati i turisti: la classe politica passata, ma anche quella attuale, hanno fatto finta di non sapere che, a fronte di visite così scarne, in Sardegna esistono migliaia di siti da vedere, che tra l’altro darebbero lavoro a migliaia di giovani. E invece sono dimenticati e abbandonati a sé stessi: sia i luoghi, che i giovani. Se quando un crocierista sbarca a Cagliari non riesce a vedere altro che tabacchini, edicole e bar, significa che le politiche turistiche sono naufragate.

Al turista è necessario offrire divertimento, intrattenimento, sport, eventi e manifestazioni artistiche di e per ogni estrazione culturale. Il turista vuole essere accolto e accompagnato per avere un’idea a 360 gradi, anche folcloristica, dei luoghi che visita. Il turista non si accontenta dello shopping, il turista vuole conservare nel cuore un ricordo indelebile che non sia solo fotografico. Ecco, questo cuore la nostra terra non lo possiede, e pertanto non può trasmetterne il pathos, il calore; ma non perché i Sardi ne siano privi, bensì perché ne è priva la classe politica sarda: scelta dai Sardi, è vero, ma in competizioni elettorali artefatte.

Il turismo ha bisogno di giovani studenti che, avviati proprio dagli istituti a indirizzo turistico, sono pronti ad interpretare il ruolo che meritano. La sinergia tra scuole, operatori del settore, associazioni sportive e una nuova politica, altruistica e perspicace, non può che dare un impulso diverso a tutto il comparto.

La notevole crescita del turismo in Sardegna di cui tanto si parla, è una minima parte rispetto alle potenzialità “in fieri” di un settore che può dare alla Nazione Sarda una notorietà intercontinentale. Se ciò non è ancora accaduto ci sarà un motivo. O forse dobbiamo aspettare nuovamente l’Aga Khan e il Briatore di turno per sentirci realizzati?

AMBIENTE E BONIFICHE

A quanto già detto a proposito di trasporti urbani gratuiti, aggiungo la piaga degli incendi e quella dello smaltimento dell’amianto.

La prima, che pare stia avendo un ridimensionamento, ma non bisogna abbassare la guardia, si può arginare con l’utilizzo della tecnologia (telecamere, impianti d’allarme, sensori), della sorveglianza costante sul territorio e di riconoscimenti economici a chi aiuta le forze dell’ordine a individuare gli incendiari, erroneamente chiamati piromani. Per la bonifica dei luoghi dati alle fiamme servono investimenti, in uomini e mezzi, da recuperare dalla ridistribuzione, o dal riequilibrio, delle spese generali.

La seconda piaga, dovuta ancora alla presenza in molte località della Sardegna di residui di amianto (tettoie, serbatoi, ruderi), può essere cancellata esclusivamente con un radicale smantellamento e smaltimento di tutti gli avanzi, naturalmente da affidare a ditte specializzate, il cui costo deve ricadere sui proprietari dei residui, se individuabili, e sulla Sardegna per il resto. È una delle note più dolenti delle operazioni di bonifica, ma non c’è alternativa se si vuole risanare e ripulire la nostra terra, sia dai rifiuti pericolosi e cancerogeni, sia dalla vecchia classe politica che ha fatto di tutto per rovinarla e svenderla al miglior offerente d’oltre confine.

SERVITÙ MILITARI

A quanto già detto a proposito della fabbrica di armi a Domusnovas, aggiungo che la Sardegna, conosciuta in tutto il mondo per la sua ospitalità, la sua sensibilità e il suo pacifismo, non deve mai più essere fonte di distruzione e di morte; in essa non deve più esistere alcuna servitù militare. Eventuali “location” all’uopo, se non smantellabili, devono essere riconvertite in stabilimenti balneari, oppure in fabbriche di mezzi antincendio e mezzi meccanici per la protezione civile e la prevenzione e il contenimento delle calamità naturali, legate purtroppo anche ai cambiamenti climatici. La protezione “militare” della Nazione Sardegna, che di questi tempi è meno importante di quella del territorio e delle sue criticità, può essere affidata a un servizio volontario retribuito, in base agli obiettivi raggiunti, insieme a una forza di polizia locale con compiti di polizia giudiziaria.

A questo proposito, nell’amministrazione della giustizia deve essere garantita a tutti, in tempi brevi, la tutela dei propri interessi nei procedimenti, a cominciare dalla parità di posizione, non solo tra accusa e difesa, ma anche tra parti in causa di differente estrazione sociale e, soprattutto, economica.

RIFIUTI

La raccolta differenziata deve essere allargata a 30/40 tipologie di rifiuti, sia per riciclare tutto ciò che è riciclabile, sia per evitare l’uso di termovalorizzatori e, tanto meno, di inceneritori. Il Giappone, grazie a questa differenziazione, riesce a riciclare l’80% della spazzatura che produce. Le famiglie, le aziende, le imprese e gli uffici pubblici sardi dovranno essere dotati di più contenitori, è vero; ma, per ovvi motivi, le loro dimensioni saranno molto ridotte rispetto ai recipienti attuali. Nel contempo la Sardegna deve munirsi di impianti per il riutilizzo delle materie prime ottenute dai rifiuti, che finora è stato delegato ad aziende che operano nella penisola.

I contenitori biodegradabili e commestibili saranno i “rifiuti” del futuro.

ENERGIA

Tutti gli edifici pubblici devono essere dotati, quando la struttura lo permette, di impianti fotovoltaici, atti a garantire un’autonomia energetica di livello superiore, visto che la Sardegna è ai primi posti tra le Nazioni del Mediterraneo per ore di esposizione al sole. L’ingente investimento può derivare dalla stipula di mutui bancari collegati alla resa degli impianti e dell’energia prodotta o, in alternativa, sotto forma di rata equivalente alla media mensile delle fatture pagate in passato dalle singole amministrazioni.

Lo sviluppo dell’energia eolica deve essere armonizzato con il paesaggio e deve includere l’utilizzo privato di impianti di piccole dimensioni, che comunque potranno e dovranno essere incentivati.

Tutte le abitazioni e gli edifici idonei, nuovi e meno nuovi, devono essere dotati di impianti solari termici e serbatoi di accumulo (boiler) per la produzione di acqua calda, che in Sardegna si può avere gratuitamente anche per 8 mesi.

Le centrali idroelettriche devono essere gestite nei e dai singoli territori, così come deve avvenire, in parte, per la gestione dell’acqua, dell’energia elettrica e delle telecomunicazioni. In parte perché i luoghi sprovvisti di tali opportunità devono comunque essere serviti dalle città e dai paesi più fortunati e più vicini.

Le fonti energetiche rinnovabili, nel tempo, dovranno sostituire “in toto” i prodotti petroliferi.

CONCLUSIONE

Viste e considerate le suddette proposte, è evidente che lo Statuto speciale per la Sardegna debba essere riscritto e possa essere denominato, a titolo di esempio, “Costituzione della Nazione democratica di Sardegna”, la cui stesura deve essere affidata a cittadini sardi di comprovata esperienza e professionalità giuridica, economica, letteraria e politica: pur riconoscendo che tutto ciò che avviene in una città, e tanto più in una Nazione, è “politica”. In essa devono essere previste un’attenzione e una collocazione straordinarie per gli anziani e le loro problematiche che diano la possibilità alle persone che hanno speso l’esistenza per i figli, i nipoti e la società di continuare a vivere a lungo, non per la quantità, ma per la qualità della vita.

Le proposte elencate in questo programma non devono essere considerate alla stregua di promesse elettorali: ogni scelta e ogni deliberazione potranno essere attuate, in particolare nel settore economico, solo dopo la conoscenza della reale situazione dei conti pubblici della Nazione Sarda e della sua situazione patrimoniale.

Il presente programma può essere sottoposto a modifiche e integrazioni, senza preclusioni di alcun tipo.