Paolo Giovanni Maninchedda

Paolo ManincheddaNato a Sassari il 28 dicembre del 1961, è il segretario nazionale del Partito dei Sardi.

Ha ricoperto il ruolo di Consigliere regionale della Sardegna dal 2004 al 2013. È stato assessore ai Lavori Pubblici della Regione Sardegna dal 2014 al 2017.

È docente ordinario di Filologia romanza presso l’Università di Cagliari e presidente del Centro di Studi filologici sardi. Dirige il blog Sardegna e Libertà.

 

PROGRAMMA

Statuto

La Sardegna deve dotarsi di un nuovo Statuto speciale che interpreti la sua nuova consapevolezza di essere una Nazione, che aumenti nettamente i poteri di cui dispone, che adegui il potere esercitato ed esercitabile a una nuova coscienza dei diritti e degli interessi dei sardi.
Al di là della procedura di legge per la definizione del nuovo Statuto, la sua approvazione deve essere accompagnata da un’iniziativa politica di elevato significato pubblico e collettivo, cioè da un momento di grande partecipazione dei sardi, contestuale a un negoziato tra la Nazione Sarda e il Governo italiano.
In questo modo il varo del nuovo Statuto potrà essere inteso come l’accordo tra due parti di pari dignità e non come concessione dell’una verso l’altra.

Il nuovo Statuto è obiettivo strategico del primo semestre della legislatura. Tra il candidato Presidente e i candidati nelle liste deve essere consolidato e formalizzato un patto per cui, nei primi sei mesi del mandato, il Consiglio regionale e la Giunta non conoscono festivi e determinano un cambiamento stabile e profondo dell’attuale quadro normativo, non solo con riferimento agli assetti istituzionali, ma anche ai settori strategici: bilancio, scuola, cultura e ricerca, trasporti, urbanistica, sanità e infrastrutture.

Rapporti con lo Stato italiano

Consapevoli del contrasto naturale tra molti interessi dei sardi e gli interessi e gli equilibri della Repubblica italiana, i rapporti con lo Stato e con i Governi italiani devono essere interpretati all’interno di un perimetro di competizione regolata.

Il miglior atteggiamento psicologico, politico e culturale del Presidente della Sardegna è quello di chi sa di rappresentare un Paese con interessi propri che, per ragioni storiche, vive in un ordinamento che lo subordina ai poteri di un altro Paese con interessi concorrenti e a volte divergenti.

Con presupposti siffatti, sarà possibile utilizzare a proprio vantaggio tutti gli spazi legalmente esercitabili per tutelare costantemente gli interessi, rendere efficaci i diritti e aumentare dialetticamente i poteri esercitabili.

Competizione non è il contrario di collaborazione, ma solo una forma più esigente, più prudente ed acuta di cooperazione istituzionale.

Resta definitivamente tramontata la dipendenza psicologica e culturale dei governi amici: nessun governo italiano è amico della Sardegna, tutti possono essere interlocutori più o meno credibili.

Nel frattempo, grazie all’azione politica del Partito dei Sardi, è finalmente attiva una politica estera della Sardegna con la Corsica e con le Baleari. Oggi essa rappresenta l’unica vera novità della politica europea. Per la prima volta, tre realtà insulari promuovono un’azione comune di stimolo verso tre stati  europei che fino ad oggi hanno ignorato l’evidente connessione tra le isole del Mediterraneo occidentale.

Riforma amministrativa della Regione

La legge statutaria elettorale, la legge statutaria sulla forma di governo, le riforme delle leggi 1/1977 e 31/1998 e successive modificazioni, costituiscono un corpus organico di leggi che deve essere predisposto secondo un unico disegno strategico e organicamente e simultaneamente sottoposto all’approvazione del Consiglio regionale nel primo anno della legislatura.

L’obiettivo della riforma deve essere in generale la costruzione di un ordinamento semplice, comprensibile, accessibile e verificabile.

In particolare si dovrà realizzare la semplificazione dei processi amministrativi, l’aumento della trasparenza dell’azione amministrativa, la certezza dell’azione amministrativa in tempi dati e non valicabili, la creazione di processi alternativi al contenzioso, l’organizzazione della Regione per direzioni generali e non per assessorati, la libertà di composizione delle deleghe assessoriali in ragione dei mutamenti della realtà, il bilanciamento dei poteri del presidente, il rafforzamento dei processi di partecipazione referendaria, l’abbattimento di ingiusti sbarramenti elettorali, la tutela più ampia della partecipazione e dei diritti politici.

Riequilibrio dei poteri e delle risorse tra Comuni e Regione

L’attuale struttura della Regione riflette, rispetto ai paesi dell’interno, quella centralistica dello Stato italiano verso le Regioni.

Invece, la Regione deve essere ricondotta alla funzione che le è propria: la regolazione normativa e le funzioni di controllo, le politiche di coesione sociale (sanità e lavoro), le politiche di connessione territoriale (grandi infrastrutture), le politiche energetiche, la tutela e valorizzazione del patrimonio storico, e tutto ciò che tuteli l’uniformità delle opportunità e dei diritti per i cittadini sardi.

La Regione deve agire con una propria amministrazione nei soli settori ove non siano disponibili le amministrazioni comunali. Si eviterebbe in questo modo la sovrapposizione delle amministrazioni rispetto al moltiplicarsi delle funzioni. In ogni comune la Regione esercita le sue funzioni attraverso i Comuni.

Il bilancio regionale deve riflettere la distinzione e la sussidiarietà tra Regione e Comuni. Deve essere netta e percepibile la quota destinata ad alimentare le funzioni di coesione nazionale e la quota affidata ai Comuni per le loro necessità.

Riequilibrio dei poteri e delle risorse tra le città e i paesi

L’antica subordinazione dell’interno della Sardegna alle aree urbane costiere e, in primo luogo, al capoluogo di Regione, non è stata intaccata dai cinquant’anni di Autonomia; anzi, la concentrazione della macchina burocratica statale e regionale negli stessi centri nei quali aveva esercitato le sue funzioni l’amministrazione regia, prima spagnola e poi italiana, ha rafforzato secolari forme di dipendenza.

Il privilegio urbano è incardinato sui trasporti e sui servizi, cioè sulle connessioni e sulla vigenza dei diritti.

L’assenza di connessioni interne o la loro endemica difficoltà e la rarefazione dei servizi sono all’origine dell’atteggiamento di sfiducia verso il futuro che è determinante, insieme alla diminuzione dell’offerta di lavoro, per lo spopolamento. La scelta dunque prioritaria è riequilibrare servizi e connessioni, restituendo ai Comuni poteri veri rispetto alle scelte e alle risorse su questi due temi.

Sanità

Il primo atto della nuova Giunta sarà smontare completamente l’Ats, l’Azienda per la Tutela della Salute, passare a un sistema a tre Aziende, più il Brotzu e le aziende universitarie, rivedere la struttura e il perimetro dei distretti sanitari, ribandire tutti i ruoli dirigenziali, aprire una vera stagione meritocratica, procedere a definire la rete sanitaria territoriale, ridare l’appropriata funzione agli ospedali di periferia, restituire funzionalità agli hub e ai centri di eccellenza. La riforma sarà fatta a partire dai pazienti e non dalle strutture o dai poteri sanitari.

Lavoro e industria

L’industria da attrarre e produrre è quella legata al sapere, alle tecnologie, alla meccanica di precisione, alle produzioni agro-alimentari, alla ricerca medica. Se la chimica fu un errore, non lo fu il CRS4 e la trasformazione della Sardegna nel primo incubatore italiano di tecnologie web che ancora oggi fanno della nostra terra un luogo di innovazione e di produzione di lavoro.

Occorre promuovere l’industria legata alla connessione tra digitale e meccanico che oggi caratterizza tutti i meccanismi automatici alimentati da qualsiasi forma di energia. Il nostro nemico in questo orizzonte è l’ignoranza. Dobbiamo formare rapidamente e intensamente una nuova classe di tecnici specializzati. Un’industria sostenibile che, nel rispetto dell’articolo 37 della carta dei diritti fondamentali dell’Europa, garantisca «un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità». La Sardegna deve partecipare in modo attivo e responsabile alla lotta al cambiamento climatico, alla transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili.

L’industria sostenibile segue e si localizza laddove vi sia una buona qualità della vita, sicurezza, buone scuole, buona formazione, flessibilità, credito efficiente, burocrazia trasparente e veloce. L’industria più di ogni altra attività svela le debolezze sistemiche ed esige riforme sistemiche. Senza abbandonare le persone a un destino di disoccupazione o di precariato eterno.

Occorre un piano straordinario del lavoro che ridia speranza alle generazioni di mezzo mentre si prepara un cambiamento epocale della formazione e della produzione in Sardegna.

È possibile generare lavoro e remunerarlo con le risorse europee allungando gli orari di fruizione dei servizi pubblici, finanziando i programmi di digitalizzazione delle aziende regionali, digitalizzando gli archivi pubblici della Sardegna, manutenendo l’immenso e straordinario patrimonio ambientale e archeologico della nostra terra, bonificando il territorio compromesso. Per sceglierci l’industria che ci piace dobbiamo cambiare il nostro sistema burocratico, il nostro sistema formativo, il nostro sistema creditizio, il nostro sistema finanziario. Facciamolo con convinzione e determinazione, ma, nel frattempo, restituiamo futuro alle generazioni di questo presente.

Agricoltura e allevamento

L’economia della Sardegna è governata per legge da poteri esterni alla Sardegna e questo non è un fattore marginale, anzi è il problema principale. È l’assenza di questi poteri che ha concorso a trasformare i Sardi in un popolo totalmente dipendente dall’esterno anche per il suo fabbisogno alimentare.

La scelta di lungo periodo della politica agricola comunitaria di incentivare la non coltivazione delle terre per far apprezzare le produzioni ha determinato in Sardegna l’abbandono di intere aree prima coltivate e l’invasione delle case sarde di prodotti alimentari non certo di ottima qualità. Non solo.

Le politiche intorno al latte oscillano troppo tra ottime pratiche di efficienza e sostenibilità e pessime pratiche di dissipazione delle risorse pubbliche. Nel frattempo, l’aggressività sui mercati delle aziende neozelandesi sta lambendo anche le coste sarde. Il mondo del latte ha bisogno d’innovazione, coesione, sostegno, modernizzazione e fortissima spinta all’apertura ai mercati esteri, in particolare orientali.

Dobbiamo associare avanzati prodotti creditizi e finanziari al mondo agro-alimentare. Dobbiamo modernizzare rapidamente le imprese, cioè prima di tutti gli imprenditori agricoli.

Dobbiamo riprendere a produrre grano, fave, miele, orzo. Vogliamo finanziare non solo la presenza delle imprese sul territorio, ma anche e soprattutto la loro attività. Tutta l’agricoltura del mondo è assistita, ma assistere per non fare è un errore di civiltà.

Dobbiamo seriamente avere una politica della carne. È paradossale che esportiamo vitelli vivi quando valgono poco e importiamo vitelli macellati quando valgono molto. È paradossale che, per l’incapacità di gestire e risolvere la peste suina, importiamo i maiali per fare i prosciutti in Sardegna. È paradossale che produciamo sempre più latte in modo da farlo valere sempre di meno. È paradossale che produciamo una marea di latte e non riusciamo a venderlo nel mondo in tutte le forme possibili.

Dobbiamo dotarci di una vera politica della pesca. Non solo non deve essere più possibile che il tonno della Sardegna sia pescato da altri ma non dai Sardi, ma deve essere visibile che la Sardegna crede in una sua marineria che peschi e allevi in modo sostenibile

Trasporti interni e continuità territoriale aerea e marittima

Sul versante dei poteri disponibili per generare sviluppo e non inseguirlo con le mani legate dietro la schiena, è indispensabile conquistare poteri sul e nel mercato dei trasporti e non essere costretti nella strettoia creata da un lato da una Commissione europea spesso prona ai desiderata di grandi gruppi privati e dall’altro dalle complessità centralistiche dell’amministrazione pubblica italiana.

Quanto la mobilità sia un diritto e quanto invece sia un servizio non è argomento che possa essere deciso da un organo politico quale la Commissione europea. Quanta ricchezza prodotta dai Sardi sia giusto investire per rendere facili ed economici i movimenti da e per la Sardegna non è argomento che possa essere deciso da un organo politico quale la Commissione europea.

Il diritto alla mobilità è uno dei diritti fondamentali dei Sardi, è legato alla loro libertà ed è legato alla loro libera espressione politica.

Fisco

Non è possibile alcuno sviluppo stabile in Sardegna se i Sardi non dispongono completamente e a propria discrezione della leva fiscale.

Poter calibrare liberamente il prelievo fiscale e poter decidere liberamente delle politiche redistributive è stato a lungo identificato da studiosi e analisti come indispensabile obiettivo strategico per lo sviluppo della Sardegna; solo nel dopoguerra esso è stato accantonato e condannato all’oblio perché ritenuto incidente sull’unità della Repubblica Italiana, che risulta così unita sull’ingiusta uniformità delle sue politiche fiscali.

Dietro l’oblio della questione fiscale sarda sta anche l’opacità di alcune aree del prelievo fiscale italiano su cui si apriranno nuovi terreni di confronto: in particolare sulle accise e sul canone Rai. Va inserita in questa cornice la speciosa costruzione ideologica fondata sul “residuo fiscale”. È inaccettabile che come paradigma dell’efficienza della produzione e del consumo della ricchezza in una determinata area si assumano le modalità, criticabilissime, con cui i Conti Pubblici Territoriali computano l’Entrata e l’Uscita di una Regione. Il vero scopo delle proposte politiche fondate sull’ideologia del “residuo fiscale” è imporre la tirannia del presente. Non contano infatti, per esempio, le modalità storiche con cui l’indice di infrastrutturazione si è formato per valutare l’efficienza di un territorio, nonostante tale indice sia determinante per trattenere e valorizzare la ricchezza prodotta. In sostanza, non si considera se una Regione ha avuto le stesse opportunità garantite a un’altra o se è stata impoverita o arricchita dalle politiche a lei imposte; si valutano solo le performance dell’una e dell’altra per iscrivere l’una nell’efficienza e l’altra nell’assistenza.

Non solo: alcuni prelievi fiscali non vengono computati (si pensi per esempio al canone Rai o agli Oneri di Sistema che incidono per l’80% sulla bolletta dell’energia elettrica). Si pensi all’imbroglio delle accise maturate in Sardegna sugli idrocarburi e incassate dalle Regioni nelle quali vengono immessi in commercio.

C’è da far di conto bene sulla ricchezza prodotta in Sardegna. Ma c’è soprattutto da conquistare poteri per conoscerla, regolarla al meglio, aumentarla.

La questione fiscale è una questione politica che necessita di un forte supporto di sapere e di controllo.

L’aver varato in questa legislatura l’Agenzia Sarda delle Entrate è stato un passo decisivo per disporre dei flussi informativi e per soccorrere i Comuni nella loro attività di riscossione.  Adesso dobbiamo invertire il flusso: noi riscuotiamo le imposte, tratteniamo le nostre quote e versiamo allo Stato quanto oggi previsto dalle leggi.

Tuttavia, aver creato questo buon presupposto alla conduzione della grande battaglia sul fisco in Sardegna, non deve farci dimenticare che essa è eminentemente una questione di poteri risolvibile solo con una sicura visione e una grande mobilitazione popolare.

Accantonamenti

Lo scontro sugli accantonamenti non è uno scontro amministrativo, è la principale dimostrazione della slealtà dello Stato italiano verso la Sardegna. Sugli accantonamenti occorre accompagnare le iniziative dinanzi alla Corte costituzionale con una mobilitazione rivoluzionaria, diffusa, pacifica, che riveli e denunci la sostanziale illegalità del prelievo ammantata da adeguatezza giuridica. Sugli accantonamenti bisogna uscire dal contenzioso e entrare nella lotta politica pacifica, nella mobilitazione popolare. Gli accantonamenti stanno alla Sardegna come il tè alla Rivoluzione americana. O si entra in questo ordine di idee o non solo non verranno mai recuperati, ma la Sardegna ci rinuncerà definitivamente. Il grande errore di alcuni governi regionali è stato non cogliere la portata prevaricatrice, antidemocratica, culturalmente coloniale e aggressiva dell’azione dei Governi italiani. Si è trattato di un tradimento istituzionale passato sotto silenzio cui occorre reagire moralmente e politicamente.

Educazione e istruzione

La motivazione dei Sardi a credere nuovamente in se stessi e nel futuro è un grandissimo problema politico che deve e può essere risolto con una grande e articolata strategia educativa, la stessa che non è mai stata centrale nelle politiche cosiddette della Rinascita.

Se è vero come è vero che occorre seriamente attrarre persone e imprese in Sardegna, è altrettanto vero che si deve partire da una nuova cultura ed educazione dei Sardi che sappia restituire fiducia, che sappia ricostituire anche biologicamente la gioventù, che renda agevole la residenza nel centro montano, che tuteli l’infanzia, che rafforzi l’istruzione.

Occorre partire da una nuova scuola, una nuova formazione professionale, una nuova università, una nuova e più avanzata istruzione tecnico-professionale, un nuovo sguardo sulla persona, sulla famiglia e sulle cose.

La crisi demografica della Sardegna è una crisi di fiducia, ma la fiducia e la motivazione, fino ad oggi, non sono stati obiettivi politici di alcun partito perché la società sarda non era assunta come protagonista delle politiche di sviluppo, ma come destinataria passiva di politiche pensate da altri e per altri.

Turismo, Urbanistica, Ambiente

Sono necessarie una nuova legge paesaggistica e una nuova legge urbanistica per la Sardegna. Non si tratta delle leggi per le sole coste della Sardegna, o di vincolo del paesaggio: sono le leggi che disciplinano ogni aspetto dell’abitare in Sardegna, secondo principi di valorizzazione delle risorse ai fini dello sviluppo socioeconomico della società sarda, nel rispetto dei valori e dei beni paesaggistici e identitari. È sbagliato, dinanzi ai dibattiti, anche accesi, su questi temi, fermarsi e non decidere. I dibattiti vanno interpretati e risolti, non portati all’infinito.

La Sardegna oggi è sotto una morsa di immobilismo burocratico e vincolistico che sta bloccando le istanze e attività più semplici e legittime; un immobilismo che ha distrutto il tessuto delle piccole imprese dell’edilizia, che rende troppo difficoltoso un contatto sereno e diretto tra i cittadini e le amministrazioni pubbliche; un rapporto che troppo spesso prende la strada del contenzioso.

Il primo obiettivo è, dunque, legiferare con intenti di semplificazione e di libertà.

In questo quadro, rispondendo ai dibattiti più accesi sul tema, occorre ribadire la contrarietà a nuove costruzioni nella fascia dei 300 metri, ma ribadire il favore alle manutenzioni straordinarie con moderato incremento di cubatura degli edifici siti dentro la fascia che non abbiano già goduto di tale possibilità, perché l’adeguamento delle strutture è funzionale e necessario a intercettare un nuovo tipo di domanda turistica.

È ragionevole che l’incremento di cubatura di tali edifici non sia generalizzato nelle percentuali concesse, ma proporzionato alla dimensione degli edifici con una limitazione progressiva man mano che la dimensione stessa cresce.

È ragionevole e giusto l’insediamento umano nell’agro sardo, perché è un tratto antropologico e identitario della Sardegna. Esige che tale insediamento sia normato in modo da tutelare l’ambiente, da non aggravare le spese infrastrutturali pubbliche, ma dimensionato su lotti minimi stabiliti dai comuni, in base alla dimensione media della proprietà fondiaria presente nell’areale di riferimento (media che cambia evidentemente nelle varie regioni della Sardegna) applicando l’indice edificatorio in base al fondo.

Solo una nuova legislazione del territorio, con una specifica normativa dedicata al grande patrimonio degli usi civici, ben coordinata con le politiche di sviluppo locale, consapevole dei propri giacimenti e delle proprie risorse territoriali e localmente matura nella concezione del rapporto tra ragioni di tutela e promozione e valorizzazione delle stesse, può generare quell’incremento della quota della ricchezza che può derivare dalle risorse di tutto il territorio isolano, dall’entroterra e dalla costa, e quindi dal turismo.

Una nuova legislazione sul territorio deve necessariamente proporre una nuova visione del rapporto tra terra e Beni culturali materiali e immateriali identitari, con tutti gli aspetti connessi alla cultura sarda: questo rapporto è vitale per tutti, ma per la Sardegna in particolare.

Territorio, lingua e cultura

Una nuova legislazione urbanistica e paesaggistica, deve, allora, urgentemente accompagnarsi a una Legge sui Beni culturali, istituti e luoghi della cultura. L’ultima legge sarda in materia risale al 2006 (L.R. 14 2006) la quale, mostrando già allora numerose criticità, oggi si rivela inadeguata e da superare con una nuova proposta e una nuova visione dei beni culturali quali vera risorsa dinamica e strategica di sviluppo.

Oggi chi fa turismo non cerca solo la conoscenza di un luogo, ma anche un implemento di conoscenza e di emozione, esattamente ciò che l’interno dell’Isola può offrire connettendosi anche con le strutture alberghiere meglio governate. Il grande intervento infrastrutturale fatto in questa legislatura, che maturerà nei prossimi dieci anni, ha avuto lo scopo di connettere meglio i Sardi tra loro e di rendere raggiungibili tutti i luoghi anche con mezzi sostenibili e culturalmente impegnativi come la bicicletta.

Godere e rendere produttivo lo straordinario ambiente della Sardegna richiede cultura, competenze e buone pratiche di sviluppo locale, attualmente molto rade per il mancato coordinamento tra le politiche della cultura, dell’ambiente, del turismo e del territorio.

Oggi le politiche dell’ambiente sono prevalentemente politiche di protezione civile e di autorizzazione amministrativa. Manca totalmente una pianificazione territoriale strategica nella quale il paesaggio e i beni ambientali coi beni culturali diventano offerta matura per un turismo destagionalizzato.

Sul piano dei grandi temi ambientali su scala internazionale, in tutto il mondo acqua, rifiuti e energia vengono gestiti da società multiutility che generano, se ben gestite, lavoro, sostenibilità e ricchezza. In Sardegna le politiche di tutela sono intese come politiche di divieto, le politiche di gestione dei rifiuti sono intese come funzioni pubbliche programmaticamente prive di redditività, le politiche di valorizzazione delle foreste e delle risorse naturali come politiche di sportello pubblico.

Bisogna invertire il segno e la direzione di tutto questo.

Bisogna riconoscere di nuovo il nesso tra terra, cultura e ricchezza sostenibile.

A questo scopo è quanto mai urgente puntare allo sviluppo locale che si genera nei più giovani insegnando la lingua nelle scuole elementari, insegnando nelle scuole di ogni ordine e grado come materia curricolare storia e cultura della Sardegna.

Non si può fare turismo e sviluppo se non si rendono i Sardi rapidamente poliglotti, a loro volta capaci di viaggiare, di spiegarsi e di spiegare.

Occorre realizzare:

  • il lavoro per distinguere fin dentro le pieghe del linguaggio quotidiano il livello “nazionale”, ovvero ciò che pertiene alla Sardegna, da ciò che è “italiano”;
  • il lavoro per la diffusione della conoscenza della propria storia nazionale, dal punto di vista culturale, sociale, economico, antropologico;
  • il lavoro per l’utilizzo del sardo, del sardo-corso, del tabarchino e del catalano algherese come lingue nazionali, dentro un quadro plurilinguistico che comprenda la lingua italiana e la lingua inglese;
  • la capacità di tradurre l’appartenenza alla Nazione Sarda in politiche concrete volte a creare soluzioni, risposte, coesione, solidarietà, prosperità, apertura, innovazione.

Non ci sono e non ci potranno mai essere sardi meno sardi degli altri. Lavoreremo per costruire una nazione plurilingue in cui a ogni cittadino siano forniti gli strumenti necessari per avere competenza attiva in almeno tre lingue, tra cui almeno una lingua sarda, l’inglese e, provvisoriamente e fin quando si rivelasse necessario, l’italiano.

Servitù militari

Consideriamo l’Accordo sulle servitù militari tra la Giunta Sarda e il Governo italiano un pessimo episodio di subordinazione politica da cui prendiamo con serenità le distanze: prevalentemente per concessioni già concesse nei precedenti accordi, e comunque attualmente solo promesse e molto condizionate, si è dimenticata la storia, la salute dei sardi, l’autorevolezza delle istituzioni.

La conseguenza di una trattativa solitaria e segreta è stata la perdita di memoria: si è trattato avendo a disposizione la sola memoria politica e amministrativa dei partecipanti, non quella ben più ricca di un popolo e della società politica e intellettuale di questo popolo.

Non a caso l’obiettivo primario ribadito in tutti gli atti, e cioè la dismissione graduale dei poligoni, è letteralmente scomparso dall’Accordo. Non solo: non vi è alcuna traccia della proposta del presidente della Regione, avanzata nel corso dell’audizione alla Camera del giugno 2014 e connessa con l’obiettivo principale, con la quale propose una “valutazione internazionale indipendente” che valutasse il costo delle servitù militari e che ridefinisse i parametri di utilizzo del territorio rispetto ai mutati scenari tecnologici della guerra. Non vi è alcuna traccia delle conseguenze attese da affermazioni importanti quali quelle, pronunciate sempre dal Presidente, che sottolineavano come i poligoni sardi siano i più grandi d’Europa.

Una cosa è certa: il mancato rispetto dell’accordo è di tutto vantaggio per la Difesa, la quale, tirandola per le lunghe, non ha alcuna sanzione e tutti i vantaggi.

Non sono mai stati rispettati i tempi dei precedenti accordi; se entro due anni (tempo di validità previsto) non viene realizzato nulla, decade tutto quanto concordato anche nei precedenti accordi. Inoltre, è previsto che la proroga deve essere accettata dalla controparte. E se i militari non dovessero accettare una eventuale richiesta di proroga? Decade tutto anche in questo caso?

Queste clausole sono forme di subordinazione istituzionale che noi non possiamo accettare, ma derivano da un difetto di consapevolezza nazionale sarda, di conoscenza storica, di coscienza politica.

È necessario che la coscienza nazionale animi la cultura di governo.

La vicenda dell’Accordo sulle servitù militari dimostra ancora una volta che è indispensabile per governare bene la Sardegna, anche in questo tempo nel quale non è uno stato indipendente, possedere una coscienza nazionale dei sardi.

Senza la consapevolezza di essere un popolo con una sovranità originaria e non delegata, quando ci si trova a trattare col Governo italiano, ci si colloca in una dimensione psicologica e culturale subordinata e arrendevole, quale quella di chi vuole concorrere più a ritagliarsi le attenzioni dello Stato italiano che a costruire e affermare i suoi diritti. L’obiettivo finale deve essere l’eliminazione dei poligoni dal territorio sardo.

Ambiente, rifiuti, energia

Occorre una norma generale sulla Sardegna come sistema ambientale di qualità che regoli le produzioni, i trasporti, il ciclo alimentare e produttivo e della sostenibilità in generale, le strategie culturali e le strategie turistiche di destinazione, i trasporti interni e l’utilizzo e la salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale. Serve insomma una connessione strategica tra cultura, ambiente, infrastrutture, turismo sostenibile, produzione e qualità della vita. In questo quadro, il primo obiettivo deve essere la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, una seria strategia del riuso e del riciclo, un piano decennale di progressiva e totale emancipazione dall’incenerimento, un piano della riduzione progressiva delle emissioni. Il ciclo dei rifiuti va pensato dentro una visione della Sardegna dove il ciclo dell’acqua sia ispirato alla tutela e alla qualità, all’equilibrio di utilizzo e alla sostenibilità economica, tariffaria e industriale del processo che conduce dall’acqua grezza all’acqua potabile, fino a poter costituire una multiutility regionale che stabilizzi le tariffe, ottimizzi i processi e riduca i costi e si avvantaggi di una gestione integrata del sistema tariffario per garantire qualità dei servizi, sostenibilità delle tariffe, politica degli investimenti e delle manutenzioni.

È possibile l’avvio di un processo di produzione e utilizzo dell’energia sostenibile, rinnovabile e adeguata ai bisogni civili e industriali della Sardegna, non al rendimento delle azioni di Terna né ai flussi di cassa di Enel. È possibile perché grazie all’azione del Partito dei Sardi nell’ultima Giunta sarda, per la prima volta nella storia della Sardegna, due dighe sono diventate di proprietà della Regione. Non è assolutamente vero che lo sviluppo della Sardegna richieda i grandi gruppi dello Stato italiano impegnati ad agire da monopolisti. Semmai è vero il contrario: è iniziata una nuova storia fatta di dighe regionali, di energia rinnovabile e sostenibile, di una rete di pile solari quanti sono gli edifici pubblici, di microreti, di energia ad alto valore e a zero emissioni.  Prima nasce l’Agenzia dell’Energia Sarda meglio è; prima ci riprendiamo il potere di regolare noi il mercato dell’energia sarda, prima finiranno le grandi espropriazioni di libertà e di territorio come la concessione dei terreni di San Quirico, cui siamo nettamente e radicalmente contrari.